Antonio Pignatiello lo incontro a Eventi d'autore, una rassegna di giovani cantautori al Beba do Samba, un locale underground del quartiere San Lorenzo a Roma. Appena abbandona il bicchiere di vino e la chitarra sul palco lo vedo dirigersi convinto verso il bancone, salutare qualche amico e saltare a pié pari il tavolo delle interviste. Gli domando incuriosita perché non vada anche lui a farsi riprendere dalla telecamera, a futura memoria della serata. Sorride e comincia a parlarmi di musica. Sorrido anche io e mi metto ad ascoltare, sembra che l'atmosfera delle sue canzoni sia scesa con lui dal palco. Mi sorprende questo giovane cantautore così “maturo” e mi ritrovo a intervistarlo senza neanche rendermene conto.
Perché non sei andato a farti intervistare anche tu?
Le canzoni seguono percorsi strani, mai calcolati. E poi in questo momento non ho niente da dire, la musica mi ha rapito tutte le emozioni (sorride). Quando scendo dal palco cerco sempre gli amici e un buon bicchiere, rispondere a delle domande adesso significherebbe avere qualche verità da dire. E io non ne ho nessuna. Sono felicemente assente.
Se non sbaglio anche una tua canzone parla dell'assenza. Ti piace questo tema?
Tu parli di ‘O folle di cui sono folle’. Quello dell'assenza è un tema che mi ha accompagnato in tutto il mio lavoro, anzi, in tutta la mia vita. In quella canzone parlo dell'assenza primordiale, quella del petto materno, del petto di una donna. La prima assenza che conosce un essere umano dopo che è venuto al mondo, un dolore che è quasi un grido. È in quel momento che si imparano a conoscere il vuoto e il pieno, il senso della sofferenza e quello della gioia. Per questo canto che “T'amo e d'odio allo stesso modo”, perché mi manchi e al contempo mi hai insegnato cos'è l'amore, come scriveva Catullo secoli fa, è ancora oggi.
Eppure le canzoni che ho ascoltato non mi sono sembrate così “vuote”, anzi, erano piene e accoglienti.
Perché ho voluto colmare l'assenza con suoni e ritmi. Un'esperienza così dolorosa non è facile da raccontare, così come spesso non è facile raccontare la propria vita; le cose che si conoscono meglio e ci stanno più vicine sono anche quelle che ci rendono più vulnerabili. Raccontarle ci scopre.
Ti riferisci alle persone e ai luoghi di cui parli? Sono quelli che rimangono più impressi in chi ti ascolta.
Proprio così, è dalla vita di tutti i giorni che traggo ispirazione: dalla tua donna che se ne va come il fumo di una sigaretta, agli amici del bar che incontri e non dimenticherai mai. Tutte storie che non sento più raccontare, eppure sono quelle più reali e vicine a noi.
Le tue canzoni però non sono tutte dolorose, anzi, quella che hai chiamato “Esco scoperto”, con i suoi suoni tra i ritmi cubani e lo swing, è trascinante e allegra. Dov'è lì l'assenza?
L'assenza va coltivata, è qualcosa di molto più vivo di quello che noi crediamo: è un percorso di crescita e gioia. Per esempio nella canzone che dici, Esco scoperto, mi sono ispirato all'Irpinia d'oriente, la terra dell'osso, fatta da paesi che hanno la testa tra le nuvole, che sognano il mare, ma possono solo desiderarlo. I personaggi che li popolano sono il matto e la sposa, la signora e il compare trasandato. Tutte persone a cui manca qualcosa e colmano questa assenza come possono.
Le parole che usi sono musica loro stesse, evocano melodie e le compongono. Cos'è più importante per te, il loro significato o la loro musicalità?
Quando scrivo ho sempre presente le parole che ho ascoltato e quelle che ho letto, dall'oste alla commare dietro l'angolo, da Tondelli a Bukowski, dai miei nonni a John Fante, dal prete del mio paese a Tabucchi e Calvino. E’ dall'assenza di parole che c'è intorno, oggi, che riscopro il senso e il valore di quelle che ho incontrato nella mia vita. Da lì nasce tutto, il ritmo e il senso più profondo. Questo lo puoi capire meglio se prendi una frase che hai sentito un giorno, per caso, e ti accorgi che puoi leggerla in diversi modi, cambiandone semplicemente il ritmo e l’intonazione.
Una vera ricerca la tua, che tocca campi e luoghi diversi, ritmi e melodie anche estremamente lontani. Come pensi che si armonizzino tra loro?
Parafrasando Aristotele, la forma è la sostanza e la sostanza è la forma, ma bisogna esserne coscienti. Un pò come il vino che sto bevendo (sorride e guarda il bicchiere): è sostanza, potresti dire, ma nella sua essenza è uva, che diventa "sostanza" e quindi vino (sorride di nuovo e ne beve un sorso, a questo punto bevo anch’io). E io sono cosciente del fatto che per scrivere canzoni bisogna essere costantemente alla ricerca. Ricerca di suoni e parole, sulle nostre radici musicali e culturali, ma anche su quelle di altri posti. Quando ho scritto ‘Strade’ sono partito da New Orleans, sono sbarcato a Genova e sono sceso giù, fino alla terra dell'Osso, la mia terra, passando per la stazione di Rocchetta Sant'Antonio, al Salento per poi andare oltre oceano e tornare lì dove è nato il jazz.
Sentire un tuo concerto è come avere la sensazione di non ascoltare tante canzoni diverse, ma un unico racconto diviso in capitoli. Sono ritratti di personaggi di una grande storia, polaroid di un istante più ampio.
Non ho mai la sensazione di scrivere singole canzoni, ma piuttosto pezzi di un discorso più ampio di quello che immagino io stesso.
Quando canto “Il pianto del matto giunge fino alla signora che il vicino ignora” parlo di persone che conosco e che vivono una vita reale. Possono anche essere considerati dei vinti, ma sono vivi. Voglio narrare di gente che vive in quest'epoca liquida e ha difficoltà a trovare una stabilità per il modo in cui sta cambiando la società. Parlo di quello che vedo e conosco meglio. Mi piace raccontare la vita, anche con ironia e malinconia se serve, guardando sempre le cose da più punti di vista.
Come colmare l’assenza, allora? E qual è il limite della ricerca, prima che tutto diventi metafora e allegoria?
Per sentire l'assenza devi aver sentito la presenza; provi desiderio e curiosità solo quando senti la mancanza di qualcosa; allora ti metti in viaggio e la vai a cercare. Io cerco storie perché mi mancano, per questo le racconto con tante parole e musiche così diverse, per cercarne il senso. Ben sapendo che il rischio che corro è lo stesso dei cavalieri persi nel palazzo fatato di Atlante: accontentarmi o correre dietro a un’illusione.
Come definiresti la tua musica, quindi?
Non esiste una musica, ma esistono tante musiche, come i dialetti. Voglio essere libero di fare ricerca senza nessun obbligo nei confronti dei generi. Mi interessa il rock, la musica classica e quella rebetica, il suono delle tamorre e i ritmi latino americani, la musica popolare e il jazz. Per questo non mi privo di nulla.
Come ti senti quando sei sul palco? Mi sei sembrato molto a tuo agio.
Mi sento come un uomo in mezzo al mare che vive tutti i giorni a contatto con se stesso e, mentre balla sulle onde, ha tempo per riflettere. Io ballo con i miei fantasmi, le storie del mio passato, che sul palco trovano libero sfogo. Mi utilizzano per esibirsi e raccontarsi.
Chi sono invece i musicisti con cui suoni, gli Altern Clan? Anche loro li hai incontrati come fantasmi?
Sono gli Altri Clandestini che mi accompagnano. Grandi musicisti dal cuore romantico.
Il nostro incontro nasce dal caso, come tutto questo progetto musicale. Avevo abbandonato la musica, ma poi lei è tornata da me. Casualmente ho incontrato Paolo Zaccardini durante una festa, aveva appena vissuto anche lui un'assenza e stava ricercando qualcosa. Ero con la chitarra nella stanza degli amanti dell’arte culinaria e Paolo era lì con un cachon. Poi si è aggiunto Pasquale Innarella, che ha portato subito il suo sapore e la sua umanità. Fondamentale è stato l’ “atterraggio” da parte del maestro Giuliano Valori, il pianista dalle cento mani, con il quale abbiamo scritto le musiche. Fino all’arrivo di Gianluca Pizzorno al contrabbasso e Francesco Pradella alla batteria. Giovanni Pirri è stato l’uomo del caso, incontrato una notte umida di maggio, nella piazza di San Giovanni.
E se ti volessi ascoltare di nuovo?
Beh, grazie alla sensibilità di Giovanni, il nostro produttore, queste canzoni che hai ascoltato sono diventate un Ep, che uscirà il 14 dicembre prossimo: “Niente lettere d’amore”. Poi faremo un disco. Ma per ora non ti svelo nulla...
Il bicchiere si è svuotato per la terza volta. Il locale sta per chiudere le serrande. La non intervista è finita. “E adesso sentiremo anche l'assenza di questo posto”, scherza Antonio. La sua presenza si farà viva con il prossimo calice di vino rosso, durante un nuovo concerto. Quando i suoi fantasmi torneranno a ballare di nuovo.
Sara Picardo

























































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